Riprendiamo questa serie di prove di inesistenza di dio, siamo finalmente alla numero 3 e oggi parliamo di uno dei nonsense preferiti degli apologeti che cercano di equivocare il “dio filosofico” con un dio delle loro mitologie: quello dell’esistenza necessaria. Ebbene, vedremo che se si definisse dio come esistenza necessaria, ne seguirebbe che dio non esiste. Quindi forse gli conviene smettere di usare questo spostamento del traguardo.

La serie:

Le prove dell’inesistenza di dio

Un gioco delle tre carte

Presentare yhwh come un essere metafisicamente necessario é una delle strategie retoriche storiche usate da apologeti di ogni sorta. É una di quelle cose cui disperatamente si aggrappa il credente che inizia a dubitare, per ripetersi che no, non era davvero tutta una cazzata. Beh, almeno é stato cosí per me, a un certo punto.
Una delle formulazioni la troviamo con l’aquinate (via ex contingentia), definisce dio come “un essere che sia di per sé necessario, e non tragga da altri la propria necessità, ma sia causa di necessità agli altri. E questo tutti dicono Dio.”
Tuttavia un simile alto concetto di dio come ente necessario era assente nel pensiero paleocristiano e nelle narrative bibliche dell’antico testamento. Dio addirittura in genesi ha un corpo fisico, fa a botte con giacobbe e le prende, poi “bara” con un miracolo e scappa prima che sorga il sole. Un dio simile se ne puó dir tanto, ma non che é l’essenza stessa della realtá o una necessitá inevitabile.

Ma ok, ignoriamo questo problema e dimostriamo anche l’inesistenza di questo nuovo dio filosofico.

Esplorando un altro multiverso del possibile

Innanzitutto, partiamo da un paio di definizioni formali.
Il simbolo significa “appartiene” e diciamo che é vero se un certo elemento x é presente in un certo mondo w.
Un mondo w é rappresentato dall’insieme degli elementi di quel mondo.
Ma cosa significa “un mondo” in questo contesto? Beh, quel che seguirá é un riassunto estremo delle idee di un certo Kripke in termini di una logica modale mirata a gestire proprio i concetti di possibilitá e necessitá. Essenzialmente una proposizione é vista come “necessaria” se é vera in tutti i mondi possibili, come “possibile” se é vera in almeno un mondo possibile.

Quindi la domanda diventa: che mondi sono possibili? Ecco, in questo specifico contesto dato che ci stiamo chiedendo di un qualcosa se esista o meno, i mondi possibili sono tutte le combinazioni di entitá. Ovvero, dato l’insieme di ogni entitá, senza applicare alcun pregiudizio noi abbiamo che possiamo concepire un mondo con ogni singola combinazione di tali entitá.
Facciamo finta quindi per semplicitá di spiegazione che ci fossero solo due entitá, l’uno e lo zero. Allora ci sarebbero quattro combinazioni: {1,0},{1},{0},{} ovvero Entrambi, Uno solo, Solo l’altro e Nessuno dei due. Quattro mondi possibili che chiamiamo E,U,S,N. In questi quattro mondi allora possiamo anche valutare se siano vere o false affermazioni su se qualcosa ci appartiene o no.
Quindi avremo ∈(1,E) (si legge “appartiene 1 ad E”) come proposizione vera, ∈(1,S) invece sará falsa e sará al contrario vera la sua negazione, ¬∈(1,S).

Con queste semplici definizioni e armati dei simboli logici giá visti nello scorso articolo per i quantificatori universali ed esistenziali (“per ogni” ed “esiste”) siamo pronti ad affrontare la prova.

Nota di lettura: Ogni passaggio userá come notazione prima la formula in linguaggio formale in grassetto, poi o la sua lettura a voce o la regola con cui si arriva a quel passaggio in corsivo, infine una spiegazione del senso intuitivo del passaggio.

Ipotesi:

p1. ∀(x)∀(w)( D(x) → ∈(x,w) ) (per ogni ente x e mondo w, se x é dio allora dio esiste in w; questa é la definizione di dio come esistenza necessaria)
p2. ∃(w)(∀(x)(¬∈(x,w)) (esiste un mondo w tale che per ogni x, x non esiste in w; questa é l’affermazione che esiste almeno un mondo in cui non esiste alcun ente, che vedremo piú avanti come si giustifica)
p3. D(G) (l’ente G é dio; affermazione che un certo ente sia dio, invece di G potete mettere qualsiasi nome divino vi piaccia)

Dimostrazione:

l1. ∀(x)(¬∈(x,∅)) (istanziazione del quant. esistenz. da p2; dato che abbiamo detto che esiste almeno un mondo che rende vera la p2, diamo il nome ∅ a quel mondo)
l2. ∀(w)(D(G) → ∈(G,w)) (instanziazione del quant. univ. da p1; abbiamo detto che p1 vale per ogni ente, quindi deve valere anche per G)
l3. D(G) → ∈(G,∅) (instanziazione del quant. univ. da l2; abbiamo detto che l2 deve valere per ogni mondo, quindi anche per ∅)
l4. ∈(G,∅) (modus ponens. da l3 e p3; applicazione della deduzione piú basilare: data la premessa che G é dio e che l’essere dio di G implica che G esiste anche in ∅, se ne deduce che dio é in questo ∅, il che era ovvio se esiste in ogni mondo possibile)
l5. ¬∈(G,∅) (instanziazione del quant. univ. da l1; abbiamo detto in l1 che ogni ente non esiste in ∅, quindi questo include G)
l6. : (l4 e l5 sono in contraddizione, ergo, assurdo; in altre parole abbiamo stabilito che dio deve sia esistere che non esistere in ∅ e questa é una contraddizione, ovviamente)

Nota Bene:

questo calcolo é in logica del primo ordine e non fa uso di ¬¬PP. Valido quindi in ogni logica, incluse intuizioniste e ci sono teoremi di correttezza e completezza a garantire l’inevitabilitá del risultato a partire dalle premesse. Insomma un teista che voglia rifiutarla, deve rifiutare tutta la logica, dall’inizio alla fine.

L’ipotesi fondamentale quindi é ovviamente:
p2. ∃(w)(∀(x)(¬∈(x,w))
Questa dimostrazione ha letteralmente 3 premesse di cui 2 sono prese tal quali dalle affermazioni di chi sostiene l’esistenza di un dio necessariamente esistente, questa é l’unica che non lo é. Quindi se bisogna giustificare qualcosa é questa.
Ebbene, non saprei immaginare una premessa piú facile da giustificare. Perché posso giustificarla dimostrando quale sia l’insieme che rende vera questa premessa: ∅ = {}
Semplicemente l’insieme vuoto é un insieme che per definizione non contiene nulla. Lo abbiamo anche giá visto comparire quando abbiamo spiegato quali sono i mondi possibili per se gli enti fossero solo lo zero e l’uno, lo abbiamo chiamato “Nessuno” o N. Ogni volta che si fa l’elenco delle combinazioni di enti che possano o no appartenere a un mondo, inevitabilmente dovremo includere nel nostro elenco la combinazione in cui nessun ente appartiene a un mondo.

E se qualcuno vuol sostenere che ci sia una contraddizione interna che rende impossibile l’insieme vuoto?
Beh, a parte che sta a quel qualcuno l’onere della prova di dimostrarlo giacché per la mera possibilitá della sua esistenza basta esemplificarlo come ho fatto sopra.
Quel qualcuno dovrá anche fare i conti con il fatto che l’insieme vuoto e questa specifica caratterizzazione che ne ho dato sono alla base di innumerevoli concetti matematici, in particolare il concetto di insieme delle parti, che a sua volta é fondamentale in algebra e talmente consistente da essere appunto al centro di numerosi sistemi di calcolo e teoremi. Insomma, chi rifiuta questa premessa rifiuta l’algebra e la matematica in tutte le loro forme.

Scoprire una contraddizione intrinseca che renda impossibile la combinazione di “nessun elemento” quindi sarebbe una scoperta rivoluzionaria tale da sovvertire letteralmente millenni di calcoli matematici e algebrici, nonché il mondo dell’informatica.Oltre che il concetto stesso di prova per elencazione e di prova per esemplificazione, che ho qui impiegato.

In altre parole, obiettare che si possa dimostrare una proposizione esibendo l’elemento che la soddisfa é letteralmente il negare un’evidenza davanti alla stessa. Questo rifiuto costituirebbe insomma un puro pregiudizio ingiustificato, smentito dalle evidenze.

Le sciocchezze prevedibili

Ovviamente chi non riesce ad accettare una prova contraria ai propri pregiudizi e alla propria fede difficilmente si limiterá a tacere fino a quando non avrá sovvertito tutto il pensiero matematico umano. Cercherá di ignorare questa prova e di uscirsene con ridicole manfrine senza capo ne coda. Guardiamone una:

“Dio non puó essere un ente di un insieme”

In sostanza si critica l’aver messo dio allo stesso livello (sintattico) di altri enti. Come se questo comportasse averlo messo anche semanticamente sullo stesso piano mentre lui sarebbe un’eccezione a tutto.
Ora, questa é innanzitutto una fallacia logica ben nota: si chiama special pleading, “si ok c’é una regola ma qui senza alcun motivo si fa un’eccezione e non spiego neanche perché”.
Il problema peró é anche un altro: si confonde il piano semantico con quello sintattico.

Definire dio un “ente” in questo contesto non é differente dal definirlo un “soggetto” quando si parla di grammatica, cosa a cui nessun credente ha mai obiettato. Semplicemente si sta identificando dio come un “esistibile”, un soggetto di cui cioé ci si chiede se in un certo mondo ci sia o meno quel soggetto in una frase vera del tipo “(soggetto) esiste in questo mondo”.

Insomma porre dio come elemento di un insieme NON comporta nessuna ipotesi ontologica o sulla sua natura. E quindi chi cerca di ignorare questa prova appellandosi alla “natura speciale” di dio dimostra solo di non aver capito di che si parla.

Contingenti necessitano necessari… contingentemente


E giá che ci siamo, rendiamoci conto di quanto fallace sia il tentativo di dimostrare che dio sia necessario partendo dal fatto che la realtá sarebbe contingente (ovvero non necessariamente esistente).
Tutto parte con la domanda “perché esiste la realtá?”
L’apologeta di turno cerca di rispondere che la realtá é contingente, potrebbe anche non esistere, quindi serve qualcosa che spieghi perché effettivamente c’é qualcosa anziché niente.
Nel far questo tralascia il fatto che anche il niente sarebbe contingente e quindi anche se quello fosse lo stato di cose si potrebbe fare la stessa domanda, ma perché farsi fermare da un dettaglio simile quando c’é da fare retorica invece che filosofia?

Ecco, la soluzione quindi a detta dell’apologeta é che qualcosa di necessario é richiesto per spiegare il qualcosa di contingente (e questa é l’accezione aquiniana della cosa). E quel qualcosa di necessario lo identificano gratuitamente con dio, cosí, senza alcun motivo né biblico né logico.

Il problema é che questa soluzione é a sua volta dichiarata senza prova alcuna. Di piú, usando una logica piú rigorosa ci accorgiamo di un problema: qualsiasi cosa la cui esistenza sia richiesta da qualcosa di contingente é a sua volta contingente, dato che se non fosse esistito quel qualcosa di base, non sarebbe richiesta nemmeno la cosa di cui parliamo, giusto?

Ex contingentia

Del resto questa é la fallacia della via ex contingentia: presupporre che una catena di enti contingenti richieda un ente ulteriore per esistere, e che questo “richiedere” lo renda necessario nonostante il “richiedere” stesso sia contingente.
Come da classico esempio: l’essere seduto di socrate necessita il suo essere seduto. Ma questo non rende l’esser seduto di socrate assolutamente necessario. L’asinate invece prende questa “necessitá condizionale” e la usa come dimostrazione di una necessitá assoluta. Confonde cioé l’essere necessitaTO da altro e l’essere necessaRIO di per sé. Errore fatto e finito.
Tutto condito con la pure erronea reductio ad absurdum del “ma se tutto fosse contingente a un certo punto avremmo avuto zero contingenti” basata esattamente su niente; la si confuta con l’idea di un contingente A esistito da sempre fino ad adesso che sparisce ora, subito dopo la nascita di un contingente B che esiste da un minuto fa e rimarrá per sempre. Questi due contingenti ipotetici non permettono di arrivare a un punto ipotetico in cui ci siano zero contingenti. Errore dell’aquinate non pensarci. Due dei tanti

Come si stabilisce l’esistenza di questo ente necessario? Perché servirebbe a spiegare una cosa contingente. Cioé la nostra entitá necessaria sarebbe necessitata da qualcosa di contingente? In altre parole dobbiamo la prova della sua esistenza a qualcosa di contingente! Quindi ció che comporta l’esistenza di questo ente necessario é contingente!

“Comportare” in questo contesto va riferito all’essere una “condizione sufficiente” e non al “dare origine”, che é il “verso” in cui normalmente si concentra l’apologeta, ma questo rimane un paradosso: comunque ció che dovrebbe farci credere che l’ente necessario esista é qualcosa di contingente.

Poi c’é un ulteriore paradosso: se un ente necessario non puó che essere come é, fare quel che fa (se potesse essere diverso, le proposizioni su come é o cosa fa tale ente sarebbero vere solo in alcuni mondi, violando la definizione di necessario che abbiamo dato prima)… segue che ogni cosa che debba la sua esistenza a un ente necessario sará a sua volta inevitabilmente esistente. E quindi necessario a sua volta.

Questo implica che un ente contingente non puó che essere frutto di cause contingenti. Non si puó per tanto dedurre l’esistenza di un ente necessario da uno contingente!

CVD?

Quindi, in conclusione, abbiamo visto come sia facile dimostrare l’impossibilitá che esista un ente necessario, data la certa possibilitá di un mondo vuoto. Abbiamo visto che razza di paradossi provocano le linee di (s)ragionamento usate da chi vorrebbe arrivarci, a un ente necessario, posso a questo punto solo aggiungere un’ultima cosa: non é neanche detto che la contingenza sia una possibilitá.
Si tratta, in effetti, di una assunzione fondamentale di questa prova e non posso fare a meno, per correttezza, di sottolinearla. Effettivamente c’é una premessa che io non posso giustificare: quella che ci sia piú di un mondo possibile. C’é insomma l’opzione che di mondo possibile ce ne sia uno solo e che quindi OGNI ente sia un ente necessario. Ma questo significherebbe che sia io che te siamo enti necessari e se c’é una cosa di cui possiamo essere sicuri é che io non sono dio.
Quindi, anche in quel caso, cvd.

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